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DIETRO IL VOLTO

DIETRO IL VOLTO

RAVENNA - Chiesa di San Domenico -
8 Marzo – 1 Aprile 2012
L'universale mistero del velo a cura di Serena Simoni

Rosetta Berardi ha legato da anni il proprio lavoro artistico ad uno sguardo delicato e interrogativo sul genere femminile e sulla sua relazione con la storia, personale e collettiva. Si tratta di temi molto importanti, che ancora oggi sfuggono ad una parte considerevole di persone, comprese le prime protagoniste, le donne stesse. Eppure, quanto abbia significato la tradizionale esclusione femminile nel corso della storia e della cultura è un dato ormai assodato dagli stessi storici: altrettanto chiare sono le difficoltà che tuttora le donne devono affrontare per poter essere protagoniste nella politica – vedi la necessità di parlare di tutela delle “quote rosa” -, nella cultura e nel lavoro. I dati della contemporaneità non sono incoraggianti: il “tetto di cristallo” – così come viene definito in campo socioeconomico, quell’ostacolo invisibile che impedisce alle donne di raggiungere percorsi formativi e posizioni di lavoro alle medesime condizioni e trattamenti degli uomini – è ancora un dato di fatto.

L’esclusione del femminile – praticato continuamente con una complice bonarietà, più che sostenuto in modo teorico – passa attraverso una differenza di genere segnata nei corpi. “Essere corpo femminile” è quel patrimonio che ogni donna eredita alla nascita, senza possibilità di scelta. Quel corpo incarnato segna e indirizza, volente o nolente, in modo consapevole o no, tutta la vita che segue.

Trattare quindi del corpo, dell’identità femminile, della storia e della relazione con la Storia, significa andare al cuore dei sistemi di potere che governano le vite, vuol dire interrogarsi sul “chi” e “dove” siamo, quali limiti di negoziazione esistono fra le vite individuali e lo spazio pubblico. Significa anche porre queste stesse domande agli spettatori, non rinunciando a una forte mozione etica: del lavoro artistico, in questo caso.

Se porre delle domande è una prassi tradizionale dell’arte moderna e contemporanea, è il tipo di domande che vengono poste che crea una differenza fra opere interessanti e meno. Inoltre, è la consapevolezza e la sensibilità che possiede chi propone un lavoro a permettere di interagire in modo più o meno complesso col pubblico e con la contemporaneità.

Rosetta Berardi ha proseguito per anni un’esplorazione di queste tematiche, senza tralasciare una mozione estetica che le ha fatto indagare forme e materiali. Va detto che il suo interesse estetico verso questi ultimi non è mai stato fine a se stesso: le forme prime che l’artista ha analizzato, i materiali impiegati nelle opere – come la preziosa tarlantana – sono stati scelti come luoghi di evocazione simbolica del femminile, rappresentazioni fisiche di atti, storie, che risalgono nel tempo e nelle vite.

La sua recente produzione di immagini fotografiche a grande formato sono il risultato di un lavoro di anni sul tema del velo, che avvolge donne del presente e del passato, italiane e di altre culture. Partita da sè e da immagini riprese per caso in viaggio, l’artista ha rilevato una ricorrenza nel soggetto: donne riprese generalmente di schiena, tutte ammantate da un velo che si modifica per forme, colori e dimensioni diverse a seconda del luogo, del tempo, della funzione simbolica. Dal caso – in realtà da un interesse interiore che si è imposto sempre più all’attenzione dell’artista -, le immagini sono quindi state sempre più indirizzate, dando  inizio a un’esplorazione mirata che ha condotto ad altre fotografie, talvolta lontane nel tempo come quella che riproduce una giovane sposa nell’Italia degli anni ’60. Le parole e i lavori di Rosetta Berardi – nel ricordo di una Sicilia in cui è nata e che fino a poco tempo fa vedeva le donne indossare veli e scialli neri – sottolineano l’ambiguità e il fascino di questo indumento, le sue valenze storico-culturali e le stimolazioni psicologiche di chi guarda le figure ammantate, i significati simbolici collegati al velo e all’atto dello svelare, occultare o rivelare.

In questa dimensione, occorre ricordare come non ci siano verità indiscutibili nell’interpretazione di atti come coprire o scoprire i corpi. Al contrario, solo un’attenta lettura dei contesti, delle vite, delle motivazioni e delle pratiche può aiutare non tanto a dare una lettura risolutiva, ma almeno a favorire una comprensione.

Pensare che la libertà sia proporzionale ad un corpo molto scoperto, secondo il costume diffuso dai mezzi di comunicazione soprattutto italiani, è una semplificazione riduttiva, che non riconosce le relazioni di potere che vengono giocate ogni giorno. Mantenere la complessità dello sguardo è forse l’unica chance praticabile per un sano esercizio di libertà.

Le figure femminili delle immagini proposte dall’artista si ergono ieratiche in uno sfondo spesso selezionato al nero o al bianco, in modo da far risaltare il tessuto, la trama e le decorazioni, uniche spie di un collegamento inequivocabile fra una suora occidentale, un’indiana al Taj Mahal, un’islamica a Urfa o ad Antakya in Turchia. Donne differenti, che vestono il velo in modo diverso e per vari motivi: costume, abitudine, scelta religiosa, appartenenza etnica. Sotto al velo sono milioni e solo incidentalmente si può comprendere con certezza il motivo della scelta o dell’obbligo che lo impone.

Ciò che rimane universale è proprio il mistero delle vite di chi indossa il velo, una sorta di diaframma su cui è ben visibile la parola pubblica di chi è pro o contro, ma rimane invisibile quella privata e singola – magari felice – di ogni singola donna che lo veste.

Sulla mia opera “Dietro il volto. L’universale mistero del velo”

Nel XIV secolo il giurista Ibn Taymiya afferma che la donna libera ha l’obbligo di velarsi, mentre la schiava non è obbligata a farlo. Paradossalmente la schiava è libera e la donna libera ha degli obblighi.

Ma indipendentemente da ciò, l’uso del velo ha attraversato i secoli e fa parte della storia dei popoli, a oriente come a occidente.

L’eleganza, la raffinatezza, la magia di questo accessorio mi ha sempre attratta, fin da piccola.

Alla morte di mio nonno, io undicenne, pensavo con gioia al momento in cui in chiesa avrei indossato il velo nero. A sedici anni ho dipinto donne che indossavano lo scialle nero lungo fino ai piedi, così come l’avevo visto, piccolissima, indossare da mia madre e da mia nonna. In Sicilia è stata questa un’usanza adottata fino a pochi decenni fa.

Il velo mi fa pensare. Mi seduce e m’inquieta. È il non detto, è il simbolo culturale e spirituale. È un talismano. Debolissimo nella sua trama ma fortissimo nel suo mistero.

Perché questi ritratti visti di schiena?

È la verità di un istante. Non è importante il volto, ma l’atteggiamento, lo stato del velo, il suo fascino, la sua ambiguità.

Mi piace osservare senza invadere.  Sono figure senza volto ma che sovrastano la scena, silenziose e ieratiche.  Confinate su se stesse, evitano ogni contatto con l’esterno. Donne ritratte dentro la stessa aria che le sfiora.

Esse sono lì in attesa. Prigioniere del proprio impalpabile confine. Ma libere da ogni sguardo. Nascoste, trasparenti e seducenti. È questa l’ambiguità del velo.

Sono figure che rivendicano il proprio spazio proprio come esige il principio scultoreo.

Non ci è dato vedere cosa esse osservano. La donna qui è stata “spogliata”, sebbene velata, di ogni possibilità e funzione: osservatrice dell’assenza, del vuoto, dell’attesa.

Il mio punto di vista è nella contemplazione della realtà. L’atto di “guardare” è una forma di preghiera.

Dietro l’eleganza e la dignità  dei veli da me fotografati si celano diverse identità: la donna ricca, la donna spazzina, la donna madre, la donna zingara, la donna lavandaia, la donna suora. Tutte con il proprio velo, mai uguale, mai sgradevole, sempre regale. Una specificità femminile che non necessariamente manifesta una religione ma un’azione di opacità che impedisce l’ingresso allo sguardo indiscreto.

Il velo ha una dimensione di grande  suggestione, ridisegna un luogo a parte, dove si cela qualcosa di misterioso in cui regna solitudine, poesia e misticismo.

Il velo è anche una cifra del mio lavoro pittorico. Velare per svelare: per anni ho velato, con l’uso della tarlatana, le forme da me dipinte. Una griglia che cambia la visione. Una sorta di sipario che divide il mondo reale da quello ideale.

Il velo come diaframma che mette la realtà in trasparenza o la rende meno nitida. O forse la rende più chiara.

Rosetta Berardi